Full text: Erizzo, Sebastiano: DISCORSO DI M. SEBASTIANO ERIZZO. Sopra le Medaglie de gli Antichi.

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cinquanta denarij, che sono intorno à uenticinque ducati d'oro, questa quale medaglia de' Cesari diranno che fosse? Il qual Sestertio gli antichi in questi due modi segnauano. H- S LL S. Questo medesimo dubbio ouero questione sarà in altre monete, delle quali distintamente fauellare non è nostro proponimento. Percioche fra quelli, che hanno scritto delle monete Romane, & delle Greche, niuno ne truouo, che dica queste Romane monete d'oro, di argento, ouer di metallo, essere state segnate conla effigie de'Principi, ma ben con altre note ouer segni. Et meno ancora queste monete essere state pezzi di rame, ouer di altro mettallo mescolato, grandi & grossi, delle teste de i Principi segnate, delle quali chi ne hauesse à que' tempi portata una somma addoßo, sarebbe ritornato stanco à casa, ouero che gli haurebbe fatto bisogno di alcuno, che gliele hauesse tirate dietro. Et non è uerisimile punto, che quei Principi gloriosi hauessero fatto di queste scolpire il conio, così maestreuolmente lauorato, per farle poi correre per le mani della infima plebe in monete da spendere, in uece di donatiui onorati, che essere doueuano à chi le riceueua, per ueneratione & memoria di essi Principi. Percioche l'uso de i metalli appogli antichi, secondo che scriue Plinio al lib. XXXIIII . cap. IX . fu già molto tempo trasportato alla eternità delle memorie, & non solamente seruiua loro al battere delle monete: per lo commercio del uendere & del comperare. Et noi ancora possiamo discorrere, che la cagione in ogni tempo, & appresso ogni Principe, o Republica, di batter monete in rame da spendere, non sia stata mai altra, se non d'hauer'una moneta di tanto uil prezzo, che d'oro, o d'argento fosse stata tanto piccola, ouer minuta, che non si fosse potuta adoperare, come ne' tempi nostri possiamo considerare, di tutte le monete di rame, di qual si voglia Principe ò stato, che facendole d'argento, sarebbono come quasi vn grano di miglio. Percioche veggiamo in Italia, in Alemagna, in Francia, & per tutto, non farsi moneta di rame, che ecceda il valore di due quattrini. Onde uolendo pigliare il suo ualore di puro argento, verrebbe (come s'è detto) di vna minutissima quantità, assai sconcia dabattersi in alcuna forma, & da maneggiarsi. Et per ciò voglio dire, che delle medaglie di rame antiche, vedendosi così große di peso, con tanto artificio, di tanto rileuo, & di così bei metalli, si può far giudicio, che non potessero costare, se non prezzo assai alto. Et non è alcun dubbio, che solamente la fattura de i conij, del tirare, fondere, tagliare, & aggiustar le piastre, & del batterle con tanto rileuo, da che assai facilmente si veniuano à spezzare li conij, doueuano costar tanto prezzo, che d'argento haurebbon fatto moneta assai grande. Là onde si vede, che troppo scioccamente haurebbono que' grandi huomini voluto batter le monete in rame, poi che, com'ho detto, ciò non si deue fare, se non per hauer moneta di minor prezzo di quello, a che si potesse ridur l'argento. Da che si fa chiaro, che queste medaglie con l'effigie de' Principi non fossero battute per monete, ma per memorie, come s' è detto. Et, se dicesse, che noi adietro habbiam pur detto, ritrouarsi monete antiche di rame, si risponde esser verissimo, ma che queste erano ò tanto antiche, che ancora non s'era posto in vso il batterle d´oro, ò d'argento, come pur s'è detto. Ouero, se pur de' tempi più vicini se ne truouano, che sien monete, queste tali non essere in alcun modo quelle conle effigie de' Principi, sopra le quali noi ragioniamo. Delle quali monete di rame, noi à i suoi luogi in questo nostro
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