Full text: Erizzo, Sebastiano: DISCORSO DI M. SEBASTIANO ERIZZO. Sopra le Medaglie de gli Antichi.

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sci di quelle si ueggono, che impossibil sarebbe, annouerandole, dirle tutte. Ià onde possiamo noi comprendere, la cognitione delle antichità, che dalle medaglie si trae, essere tanta & sì varia, & di tutte le cose, che mai non se ne può uenire a capo, dilettando sempre quella, insegnando, & giouandoci.
    Incominciando adunque dall'uno di quei capi, sopra i quali noi ci proponiamo in questo nostro discorso di ragionare, che a questa materia s'appartiene, dico, che sono alcuni, che hanno opinione, & che s'ingegnano con ragioni di prouare, che tutte le medaglie, così di metallo, come di argento, & di oro, sieno appresso gli antichi state monete. Allequali ragioni risponderemo. Adunque hanno questi alcune loro ragioni, per fondamento di tale opinione, lequali mostreremo chiaramente essere false, & che nulla conchiudono. Et dalla prima incominciando, dicono questi, che appresso i Romani la Dea Pecunia era il medesimo nume, che Moneta, & che era adorata sotto due generali nomi, di Pecunia, & di moneta: & sotto due altri Esculano & Argentino. Si risponde a qucsta ragione, che per dire, che la Dea Pecunia, & la Dea Moneta erano il medesimo nume appresso i Romani, non si pruoua per ciò, nè si conchiude, che le medaglie non solo d' oro, o d'argento, ma etiandio quelle di rame fossero monete. Et si dice, che i detti Romani haueuano le lor monete, & che parimente haueuano le medaglie di oro, di argento, di metall o grandi, mezane, & piccole, le quali non erano fatte o battute a questo fine di spenderle, come monete, ma a semplice gloria, onore, veneratione, & memoria de i Principi, come si mostrerà nel progresso del nostro ragionamento.
    Producono poi vn'altra ragione, dicendo, che ui erano fra le medaglie, l'asse, il dipondio, il sestertio, & il danaio nummo, le silique, l'obolo, la dramma, i trienti, i sestanti, le quali monete ualeuano più & meno, secondo il lor peso. Si risponde, che l'andare annouerando le monete antiche, & dichiarando quel che valeuano, non fa a proposito, nè pruoua, che le medaglie di qualunque metallo, di oro, o di argento, sieno anticamente state monete: perche non si distingue la meneta antica, da quelle che sono ueramente state medaglie, anzi si confondono insieme, che è grande errore di chi lo dice non hauendo di ciò autore alcuno per testimonio: & il parlare senza distinguere l'una cosa dall'altra, come scriue Aristotele, è proprio della moltitudine, & non di persona intendẽte: conciosia cosa, che douendosi da questi prouare, che le medaglie sieno state monete da spendere, in uece della pruoua, fanno la suppositione, che così sia, et non è altro, che il uoler prouare una cosa non conosciuta, per vn'altra che men nota sia.
    L'altra ragione, ouer congettura che chiamar la vogliamo, è, che molte medaglie sono talmente consumate dall'uso, & non dalla ruggine, & dal continuo hauerle in que' tempi maneggiate, che hanno perdute tutte le parti più rileuate, & sono con tale liscezza spianate, che, come dicono, non se ne può incolpare la ruggine, nè l'antichità, ma l'uso solamente: vedendosene altre molto ben conseruate. Si risponde, che questa non si può chiamare ragione, che adducono questi, per prouar la loro opinion vera, ma più tosto congettura, & questa ancora molto falsa: percioche la ragion naturale, & il senso ci insegna, che quelle medaglie di rame, che hanno sortito di stare in terreni forti, si saranno guaste malamente, & più o meno, secondo la qualità o forza
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