Full text: Erizzo, Sebastiano: DISCORSO DI M. SEBASTIANO ERIZZO. Sopra le Medaglie de gli Antichi.

585.

se in carro titata da i Cigni, & ancora delle Colombe, si come noi di sopra spiegato habbiamo, finse appresso Safo P. il suo carro essere tirato dalle passere salacissimi ucelli; i quali tennero alcuni essere consecrati à questa Dea. Credettero etiandio gli anichi essa Venere hauer procreato il mondo, & quello nodrire, & conseruare; il quale in niun modo senza l'opera di Venere stimarono essersi potuto congiungere; uolendo quelli intendere l'amore, il quale alla constitutione dell'uniuerso scrissero i poeri essere stato compagno, & il primo, perfettissimo, & diuinissimo autore di tutte le cose, mouendo co i suoi sacri spiriti i cieli, & cagionando il loro marauiglioso ordine, & dando legge alle stelle, dicendo ancora essersi ritrouato, quando il gran fattore & architetto del mondo distinse quel primo & confuso Chaos. Onde che Venere concorresse alla fabrica del mondo, Lucretio poeta ci fa fede, & Orseo antichissimo ancora in questi uersi.
Omnia iunxisti. per te stant pondera mundi.
Imperitasq́; tribus Parcis, atque omnia gignis,
Quae mare, quae coelum latè, terramq́; pererrant.

   Il che non intesero i poeti cosi semplicemente, & secondo la scorza delle fauole; ma con allegorici & altissimi sentimenti, della unione, della communanza, & dell'accoppiarsi scambieuolmente insieme le parti del mondo, & de gli elementi, tirando l'una l'altra, & mouendosi per amor intrinseco. Onde Euripide poeta uolendo dimostrare la procreatione di tutte le cose nascere dalla simmetria de gli elementi, quella forza ouer uirtù diuina, che uiene dal mouimento de' celesti corpi, ouer natura, che fa che essi elementi concorrano à questo mescolamento, chiama Venere in questi uersi.
Non sentis ipse quanta sit Venus Dea?
Nam nec referre, nec queas metirier,
Sit quanta, quantum possit in mortalibus.
Te nutrit ipsa, meq́;, & omnes haec uiros.
Considera: sermone ne solo scias,
Enucleabo robur ipse re Deae.
Amouit imbrem terra: cum siccum solum est,
Non est ferax squallore, poscitq́; humidnm.
Amatq́; coelum pluribus plenum imbribus
Ob hanc Deam terris deorsum cedere.
Vbi duo miscentur ista, unumq́; fir,
Nascuntur inde cuncta quae nos nutriunt:
Ob quae uitet, uigetq́; uis mortalium.

   Adunque dalle cose dette noi uediamo in tale medaglia la imagine di Venere nuda, col pomo in mano, à lato della quale si scorgono parimente i uezzosi Cupidini con le facelle in mano. La qual Dea Venere potrebbe perauentura essere, che fosse la Dea, che spetialmente haueuano in deuotione questi popoli Seleucensi. Se noi non uolessimo ancora dire, che la imagine di Venere fosse quì segnata nel riuerso di questa medaglia, per dimostrare
la

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