Libro Duodecimo.
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genti della città fù più tosto d'impedimento, che d'aiuto all'impresa; perche -
erano del tutto rozzi, e inelperti di tutti li vfici della guerra, e non
haueuano imparato a vbbidire a comandamenti de Capitani, ne li faceuano -
vergogna di veruna cosa; e volendo esequire tutto quello, che veniua -
loro nell'animo ſenza vſare diſtinzione, ſe fuſſe vtile, o dannoſo, tui
bauano, e guaſtauano ogni coſa; e mancò poco che i soldati per non potere -
ſoffrire la costoro importunità, non disciolsero l'assedio, e abbandonarono -
l'insegne. Ma la fazzione de nobili, che percoſsa da cosi graue
colpo del nuouo decreto del Re, s'era perduta del tutto d'animo, e trouamdosi -
ſcarſa di partito era tutta smarrita, intesi questi nuoui falli della plebe -
rihauutaſi dalla gran diſperazione alzò gli animi alla ſperanza della
vittoria, rallegrandosi ſeco ſteſſa, che la pazzia della plebe gli aprisse la
via all'acquisto di essa, e per aiutare questa speranza mandarono al Re
quattro ambasciadori, Antonio Spinola, Lorenzo Lomellino, M. Stefano
Viualdi, Dottore di Leggè, e Gian lacopo d'Oria, e'l popolo intesa la cosa -
gli mandò ancor esso due ambasciadori Paolo Franco Bulgari, e Simone -
dal giogo, i quali però non poterono hauere audienza dal Re, che
era grandemente sdegnato col popolo; ma fù loro imposto, che si partisſero -
toſto di corte, e vi rimase l'Oderigo solo, il quale tutto che rispondendo -
a gli ambaſciadori de nobili, che incolpauano il popolo di certa
rebellione, ed incitauano il Re contra di lui, difendesse constantemente
la cauſa del popolo, tuttauia la cosa non fù tenuta dubbiosa, è non hebbe -
mestieri di lunga diliberazione. percioche il Re giudicando spediente -
raffrenare tanto orgoglio della plebe, accioche lasciandola impunita
non si mettesse ogni di a maggiori, e a più graui imprese, e insieme per
non laſciare che la maestà sua fosse dispregiata; oltre a cio liberato per
la morte di Filippo Re di Spagna dal timore di Cesare, che insino a quel
tempo haueua tenuto a freno le voglie sue, si diliberò finalmente di muo
uere a Genouesi aperta guerra, e volle ritrouaruisi in persona, hauendo
prouato nelle cose di Napoli quanto importasse, che i prencipi facessero
le guerre per se ſtessi,o le comettessero a Capitani, e a condottieri, massimamente, -
che il calare in Italia non gli apportaua verun disconcio per
essere già destinato di fare quel viaggio per abboccarsi a parlare col Pa
pa, che l'aspettaua in Bologna per trattare insieme della guerra da farsi
co Viniziani, che amendue la disiderauano grandemente, e n'haueuan
grauissime cagioni. Adunque senza alcuna dissimulazione nel principio
dell'anno seguente settimo di quel secol, comincio a mettersi ad ordine, 1597
e fra tanto trauagliaua i Genouesi con ogni sorte di noia, chè e diede ordine -
a Monsignore di Ciamon, che non lasciasse andare dello stato di
Melano a Genoua punto di vettouaglia, e al Caſtellano della fortezza
comandò, che facesse a Genouesi maggior danni che potesse, ed egli lieto -
di tale ordine, come quello, che era di malugia, e crudele, e rapace natura, -
e inchinato a farmale seguitò di voglia d'esequire tale comandamento. -
Adunque essendo vn di di festa ragunato gran numero d'huomini, -
e di femmine tanto nobili, quanto popolari nella Chiesa di San
Francesco, che è quasi congiunta con la fortezza per vdire gli vfici, diuini, -
egli di subito serrate le porté del tempio fece pigliare tutti cittadi¬