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tavola, che il Sanzio ne tracciasse il disegno,
e Giulio vi stendesse i colori 1. Certo, se Genova -
restó deserta, per l'ingiuria de tempi, di
ogni opera dell' Urbinate, in niuna opera può
un tratto confortare il rammarico di tanta perdita -
se non in questa, che nella creazione di
gentile intelletto, e nel magistero di sommo artista -
cotanto ritragge di quel Divino. E forse
dalle squisite bellezze, che s'incontrano in ogni
parte del quadro ha origine il contraddirsi che
fanno quelle cieche tradizioni ; volendo altri che
la gloria, altri che la figura del Santo, ed altri
finalmente che quella del giovinetto Saulo a mancina -
sian pennelleggiâte dal Sanzio.
Perdoniamo a siffatti errori, i quali se non
giovano la verità, non nuocono all' opera. La
tavola di Giulio Romano, custodita e difesa insino -
a noi dopo il corso d’ oltre a tre secoli ci
parla dell' affetto di questi parrocchiani, e ne
Contro questa vecchia tradizione si conficcata nel cervello -
de’ meno esperti, e impudentemente esagerata in istampa, -
fino a supporre la tavola per opera di Raffaello medesimo, -
abbiamo un perfetto silenzio ne' biografi; impossibile -
à credere ove quel Principe de Pittori avesse posto
manio nel lavoro. Ma le sta contro con più forti argowenti
la storia, imperocché dalla morte di Raffaello all' epoca in
cui la tavola fu eseguita e donata alla chiesa di santo Stefano -
corre per lo meno l’intervallo di due lustri (V. il
Vasari — Vite di Raffaello Sanzio e di Giulio Romano).