LIBRO IV.
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duno dei riquadri, che sono tra i fusti, sieno date -
tre di queste dodici parti. Le distribuzioni delo -
rientrante, se apparteneva agli scapi egualmente che alle impagi; -
se l'impage mezzana era collocata alla metä dell'altezza -
dell'apertura, ovvero a quel punto, che separava la parte
superiore delle imposte dalla inferiore. Nou si sa quante impagi -
si collocavano sopra e sotto la media; cosa s'intendesse -
propriamente per replo. Dalle quali cose tutte ne seg ue,
non potersi appoggiare la descrizione che sopra conghietture, -
ed aver gl' interpreti seguita la propria opinione, anziché -
svolto il vero significato. Nè più evidente è quel periodo, -
che se le porte saranno valvate ecc., si deduce cioe, che
le porte anteriormente descritte non erano valvate, ma non
si può conoscere qual fosse questa nuova forma. Né si puo
dire che le porte bifore fossero quelle a due battenti, e le
quadrifore quelle, i cui battenti si ripiegano in due parti;
poiché ad ambe queste forme Vitruvio oppone le valvate, le
quali non è probabile che fossero quelle porte ad un solo
battente; e nuno può supporre che quest' ultime abbiano
ad essere più larghe delle altre, come prescrive il nostro autore -
per le valvate. E bensi probabile che le bifore fossero
quelle a due battenti, e che se le valvate dovevano essère
più larghe, avessero un maggior numero di battenti; ma che
non fossero però quadrifore, quindi che constassero di tre
battenti, dei quali il medio fosse unito all' uno od all' altro
dei laterali; la qual probabilità cresce, pensando all' ordine
çon cui si succede la descrizione delle bifore, delle valvate
e delle quadrifore. L’ uso poi e gli esempj antichi si oppongono -
alla proporzione, per cui le porte si abbiano a fare
quadrate; niuna porta di tempj antichi è più larga della metà -
dell' altezza, bensi molte si trovano, nelle quali l' altezza
eccede il doppio della larghezza. Le fasce, poi che vengono
prescritte nelle porte attiche, si riscontrano nel tempio della
Sibilla in Tivoli, e in quello di Cora. Gli ornamenti detti
cerostroti sono quelli che chimansi ora intarsiature, nominati -
anche da Plinio (XI. 37.). Resta finalmente incerto, se le
aperture nelle parti esterne vogliano significare il lume della -
stessa porta, o l' atto medesimo dell'aprire che si fa, volgendo -
le imposte all' infuori. Una nuova interpretazione di
quest' oscuro passo viene offerta dall' Ortiz nel modo seguente. -
Gli antichi formavano il lume della porta in modo
che fosse proporzionale alla grandezza dell' edifizio, ma non
occupavano tutto il lume con le imposte; e per rendère queste -
plù facili a maneggiarsi, restringevano il lume con una