CAPO VI.
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46. Che se si vorran fare di genere jonico (1),
dovrà stabilirsi la luce alta come alle doriche: la
larghezza poi si determini in modo, che l' altez
za resti divisa in due parti e mezzo, e di una
parte si faccia la larghezza (2) inferiore della lu
ce : la diminuzione come nelle doriche. La grossezza -
dell' erte (3) abbia la decimaquarta parte
dell' altezza in fronte : la cimasa la sesta della detta -
grossezza: il restante, tranne la cimasa, sia diviso -
in dodici parti, tre delle quali formino la prima -
fascia coll astragalo, altre quattro la seconda.
e le ultime cinque la terza: e queste fasce girino -
all' intorno coi loro astragali. I sopraffronti poi
si compongano (4) alla stessa maniera dei dorici.
(1) Noi ci accordiamo col Filandro e col Newton per le ragioni -
sopra indicate nel ritenere che l'altezza del lume della
porta abbia ad essere di cinque settimi dell'altezza dal pavimento -
al lacunare. Quindi cosi viene stabilita nella Tav. VI.
fig. 1., ed è cosa ragionevole che in qualsiasi maniera di edifizio -
il lume della porta abbia una medesima proporzione,
cioè relativa alle dimensioni dell' edifizio stesso ed alla statura -
dell' uomo.
(2) Ci convince il ragionamento del Poleni, con cui dimostra -
la preferenza di alcune lezioni, e convalida l'opinione -
dello Scamozzi riguardo a questo passo, cioè che la larghezza -
inferiore della porta jonica abbia ad essere di una, e
non di una o mezzo delle due parti e mezzo, in cui viene
ad essere divisa l'altezza, contro il pensamento del Cesariano, -
del Barbaro, del Perrault, del Galiani, dell' Ortiz e del
Newton. Queste dimensioni vengono tutte espresse nella Tay.
VI. fig. 1.
(3) Col Barbaro, che adopera il nostro nome volgare, detto -
anzi in trevigiano ierta.
(4) Sembra che debbasi qui intendere di tutti i membri
che si soprappongono alla porta, come pure degli aggetti la
terali. Da questo precetto poi, dice lo Stratico, si può dedurre, -
che da Vitruvio non viene prescritta quell' enorme
VITRUVIO, Lib. 17.