fullscreen : Sogliano, Antonio: Guida di Pompei

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divenuto  imperatore  in  quell’anno  appunto.  Sotto  Domiziano,  il  poeta  napoletano
Papinio  Stazio  aveva  in  animo  di  piangere,  come  egli  dice,  con  un  pietoso  canto
l’incendio  vesuviano  e  di  spendere  un  gemito  sulla  patria  sciagura,  quando  Giove
strappato  alla  terra  il  monte,  lo  innalzò  sino  alle  stelle,  e  lo  scagliò  contro  le
misere  cittâ.  Ma  il  carme  elegiaco  di  Stazio  non  ebbe  effetto,  a  quel  modo  stesso
che  diciotto  secoli  più  tardi  non  varcò  il  limite  di  una  buona  intenzione  il  poe
metto  romantico-archeologico  con  l’azione  in  Pompei,  che  nei  suoi  anni  giovanili -
  aveva  ideato  Massimo  d’Azeglio.  Del  resto,  tranne  qualche  fuggevole  accenno
alla  conflagrazione  vesuviana  nei  poeti  epici,  come  in  Silio  Italico,  in  Valerio
Flacco  e  nel  medesimo  Stazio,  non  v’ha  che  un  solo  breve  componimento  poetico
il  quale  richiami  l’attenzione  del  ricercatore.  E  dello  spagnolo  Marco  Valeric
Marziale,  e  trovasi  nel  IV  libro  dei  suoi  epigrammi,  edito  nove  anni  dopo  la  catastrofe, -
  cioè  nel  decembre  dell’  88.  L’  epigramma  consiste  in  un  raffronto  tra  la
fertilità  e  l’amenità,  che  ieri  allietava  il  Vesuvio  e  i  luoghi  circostanti,  e  la  desolazione -
  dell’  oggi;  raffronto  cotesto,  che  da  Marziale  al  Leopardi  sarà  una  nota
predominante  nelle  produzioni  letterarie  ispirate  dal  dramma  vesuviano,  e  che,
libera  di  ogni  artifizio  retorico,  vibrerà  limpida  e  sublime  nel  canto  del  grande
Recanatese.
Con  la  caduta  della  civiltà  classica  cadde  naturalmente  dalla  memoria  degli
uomini  l’avverso  fato  e  financo  il  nome  delle  sventurate  città;  e,  se  in  quel  lungo
e  tenebroso  periodo  di  preparazione,  donde  usci  la  cultura  moderna,  v’ha  qualcuno,
il  quale  scriva  ancora  il  nome  di  Pompei,  bisogna  ricercarlo  nei  silenzí  del  chiostro. -
  Aspetteremo  l’epoca  gloriosa  del  rinascimento,  perchè  con  lo  studio  incessante
del  mondo  antico  si  riaffacci  alla  mente  degli  eruditi  anche  il  ricordo  delle  sepolte -
  città  campane.  Dei  due  grandi  suscitatori  degli  studi  classici  l’  uno,  il  Petrarca, -
  vi  allude  chiaramente,  quando  nel  trionfo  della  Fama  dice  del  vecchio
Plinio  che  fu  a  scriver  molto,  a  morir  poco  accorto;  e  l’altro,  il  Boccaccio,  non
tralascia  di  mentovare  la  giâ  grande  Pompeia  e  Vesevo  imitatore  dei  fuochi  di
Etna.  Ma  non  meno  spontaneo  che  al  Boccaccio  il  ricordo  di  Pompei  e  delle  città
compagne  doveva  offrirsi  a  quei  forti  umanisti,  che  vissero  e  poetarono  qui,  su  i
nostri  colli  o  in  riva  al  nostro  mare.  Il  mito  di  Ercole,  che  tornato  vincitore
dalla  Spagna  menò  i  buoi  nella  Campania,  porse  occasione  a  Gioviano  Pontano
di  rammentar  Pompei  nel  carme  su  i  bagni  di  Baia,  e  a  Bernardino  Rota  di  favoleggiare -
  sulla  fondazione  di  Ercolano  in  una  elegia  al  suo  maestro,  Antonio  Epicuro.
Nella  finzione  del  Rota  non  v’ha  del  mito  classico  che  la  figura  di  Ercole  coi
buoi:  Hercullana  è  una  bellissima  ninfa,  figlia  di  Sebeto,  che  contenta  della  pace
dei  campi  e  del  mare  vuol  serbare  intatta  la  sua  verginità;  ma  Proteo,  che  conosce -
  quanto  cupidi  siano  gli  dèi  che  abitano  la  terra  e  il  mare,  predice  la  morte
dell’incauta  figlia  di  Sebeto.  Viene  Ercole  coi  suoi  buoi  iberici,  se  ne  innamora
e  cerca  di  sedurla.  Ma  la  bella  ninfa  fugge  lungo  il  mare  e  chiede  aiuto  a  Nettuno; -
  non  aveva  ancora  finita  la  fervida  preghiera,  che  diventa  di  sasso  e  si  ricopre
di  frondi  e  di  fiori.  Sebeto  pianse  la  figlia  perduta,  e  si  dice  che  da  quel  giorne
si  mutasse  in  fiume.  Ercole  baciò  il  sasso,  dicendo:  tu  sarai  chiamata  dal  mic
nome  villa  Hercullana  e  sarai  da  tutti  celebrata.  Non  v’  ha  dubbio  che  a  questa
finzione  poetica  abbia  contribuito  anche  la  tradizione  letteraria  della  subita  scomparsa -
  della  città,  che  suggeri  al  poeta  l’idea  della  metamorfosi,  da  lui  però  trasportata -
  alle  origini  della  città  stessa.  Ma,  se  il  mito  suscitò  nella  mente  del
            
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