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divenuto imperatore in quell’anno appunto. Sotto Domiziano, il poeta napoletano
Papinio Stazio aveva in animo di piangere, come egli dice, con un pietoso canto
l’incendio vesuviano e di spendere un gemito sulla patria sciagura, quando Giove
strappato alla terra il monte, lo innalzò sino alle stelle, e lo scagliò contro le
misere cittâ. Ma il carme elegiaco di Stazio non ebbe effetto, a quel modo stesso
che diciotto secoli più tardi non varcò il limite di una buona intenzione il poe
metto romantico-archeologico con l’azione in Pompei, che nei suoi anni giovanili -
aveva ideato Massimo d’Azeglio. Del resto, tranne qualche fuggevole accenno
alla conflagrazione vesuviana nei poeti epici, come in Silio Italico, in Valerio
Flacco e nel medesimo Stazio, non v’ha che un solo breve componimento poetico
il quale richiami l’attenzione del ricercatore. E dello spagnolo Marco Valeric
Marziale, e trovasi nel IV libro dei suoi epigrammi, edito nove anni dopo la catastrofe, -
cioè nel decembre dell’ 88. L’ epigramma consiste in un raffronto tra la
fertilità e l’amenità, che ieri allietava il Vesuvio e i luoghi circostanti, e la desolazione -
dell’ oggi; raffronto cotesto, che da Marziale al Leopardi sarà una nota
predominante nelle produzioni letterarie ispirate dal dramma vesuviano, e che,
libera di ogni artifizio retorico, vibrerà limpida e sublime nel canto del grande
Recanatese.
Con la caduta della civiltà classica cadde naturalmente dalla memoria degli
uomini l’avverso fato e financo il nome delle sventurate città; e, se in quel lungo
e tenebroso periodo di preparazione, donde usci la cultura moderna, v’ha qualcuno,
il quale scriva ancora il nome di Pompei, bisogna ricercarlo nei silenzí del chiostro. -
Aspetteremo l’epoca gloriosa del rinascimento, perchè con lo studio incessante
del mondo antico si riaffacci alla mente degli eruditi anche il ricordo delle sepolte -
città campane. Dei due grandi suscitatori degli studi classici l’ uno, il Petrarca, -
vi allude chiaramente, quando nel trionfo della Fama dice del vecchio
Plinio che fu a scriver molto, a morir poco accorto; e l’altro, il Boccaccio, non
tralascia di mentovare la giâ grande Pompeia e Vesevo imitatore dei fuochi di
Etna. Ma non meno spontaneo che al Boccaccio il ricordo di Pompei e delle città
compagne doveva offrirsi a quei forti umanisti, che vissero e poetarono qui, su i
nostri colli o in riva al nostro mare. Il mito di Ercole, che tornato vincitore
dalla Spagna menò i buoi nella Campania, porse occasione a Gioviano Pontano
di rammentar Pompei nel carme su i bagni di Baia, e a Bernardino Rota di favoleggiare -
sulla fondazione di Ercolano in una elegia al suo maestro, Antonio Epicuro.
Nella finzione del Rota non v’ha del mito classico che la figura di Ercole coi
buoi: Hercullana è una bellissima ninfa, figlia di Sebeto, che contenta della pace
dei campi e del mare vuol serbare intatta la sua verginità; ma Proteo, che conosce -
quanto cupidi siano gli dèi che abitano la terra e il mare, predice la morte
dell’incauta figlia di Sebeto. Viene Ercole coi suoi buoi iberici, se ne innamora
e cerca di sedurla. Ma la bella ninfa fugge lungo il mare e chiede aiuto a Nettuno; -
non aveva ancora finita la fervida preghiera, che diventa di sasso e si ricopre
di frondi e di fiori. Sebeto pianse la figlia perduta, e si dice che da quel giorne
si mutasse in fiume. Ercole baciò il sasso, dicendo: tu sarai chiamata dal mic
nome villa Hercullana e sarai da tutti celebrata. Non v’ ha dubbio che a questa
finzione poetica abbia contribuito anche la tradizione letteraria della subita scomparsa -
della città, che suggeri al poeta l’idea della metamorfosi, da lui però trasportata -
alle origini della città stessa. Ma, se il mito suscitò nella mente del