124
GIUNTA II.
Sulle fondamenta degli edifizj.
Principale scopo dell' Ingegnere nell' ergere qualsiasi fabbrica -
debbono essere le fondamenta (1), cioè quella parte
che s'interna nel suolo al dissotto della stabilita orizzontale,
e che, siccome dice Palladio, rappresenta il piede dell'edifizio -
e costituisce la sua principale solidità. Imperciocchè la
cagion precipua del rovinar delle mura e del fendersi che
talora fanno sta nella poca avvertenza dell'architetto in costruire -
le fondamenta, occupato forse del bello aspetto dell'opera -
sua, più che della reale fermezza della medesima (2).
Farà perciò di mestieri scavare il terreno (3) per uno spazio
maggiore di quello che dovranno occupar le mura superiori, -
sprofondarsi finchè si trovi il sodo, se pur è possibile, ed
indi riempire lo scavo di solidissima fabbrica.
Questi precetti Vitruviani non possono patire eccezione di
sorte, e solo abbisognano di un qualche rischiaramento. La
condizione posta della possibilità di trovare il sodo nell' escavazioni -
fa nascere al diligente architetto il pensiero di ben
esaminare prima d'ogni altra cosa la qualità del terreno che
deve sorreggere l'edifizio.
La geognosia dà il nome di terreni alle grandi masse mi¬(1) -
Si osservi qui la differenza che passa tra le fondamenta e le sustruzioni, -
essendo queste la base dell’ intero edifizio, la quale poteva pure -
comparire sopra terra, e che dai moderni dicesi anche basamento.
(2) Si disse la cagion precipua, non già che sia la sola, potendo dipendere -
le crepature delle mura anche dalla spinta soverchia delle volte
e degli archi, e dalle scosse del tremuoto. Per conoscere da qual causa
provengano osserva giustamente il prof. Antolini nelle sue annotazioni al
Milizia, che basta un attento esame. Se prodotte saranno da cattiva fondazione -
i cigli delle angolazioni, si riscontreranno più basse dalla parte in
moto e più alte dall’ altra; se hanno origine dalla spinta degli archi e
delle volte, si vedranno le mura fuor di piombo; e se la causa dipende
dalle scosse, i cigli sono à livello, e dopo successa la crepatura niuna
parte è più in moto.
(3) Vitr. Lib. I. cap. 5., e Lib. III. cap. 3.