Full text: Vitruvius: I Dieci Libri dell' Architettvra di M. Vitrvvio

130. CAP. V. D’VN’ALTRA SORTE DI MACHINA DA TIRARE.

EVVI un’altra ſorte di machina aſſai aritiſicioſa, & accommodata, alla preſtezza, ma il porſi à farla,
è opera di periti; imperoche egli è un traue, che ſi drizza in piedi, & da quattro parti con rittegni
tenuto, ſotto i rittegni ſi conficcano due manichi, à iquali con funi ſi lega una taglia, ſotto la quale
è poſto un regolo due piedi longo, largo ſei dita, groſſo quattro, le taglie hanno per larghezza tre
ordini di raggi, & coſi tre menali nella ſommità della machina ſi legano, & dipoi ſe ripportano alla
taglia da baſlo, & ſi fan paſſare dalla parte di dẽtro per li ſuoi raggi di ſopra, d’indi ſi ripportano al-
la taglia diſopra, & s’inueſtono per la parte di fuori nella di dentro ne i raggi di ſotto, quando ſeranno per la parte di
dentro ſceſi, & per li ſecondi raggi ſi trapportano nella parte di ſuori, & ſi ripportano di ſopra à i ſecondi raggi trap
paſſati tornano al baſſo, & dal baſſo ſe ripportano al capo, & inueſtiti ne i primi raggi di ſopra ritornano à i piedi
della machina. Ma nella radice di quella ſi pone la terza taglia da Greci Epagon, da noſtri Artemon nominata, lega-
ſi queſta alla radice della machina, & ha tre raggi, per li quali trappoſte le funi ſi danno à gli huomini, che le tirino,
& coſi tirandole tre ordini d’huomini ſenz’ Argana preſtamente alzano il peſo. Queſta ſorte di machina ſi chiama
poliſpaſton, imperoche per molti circuiti de raggi ci da e preſtezza, & facilita grande, & il drizzare d’un traue folo,
porta ſeco queſta utilità, che prima quanto ſi uuole & inche parte ſi uuole, & dalla deſtra, & dalla ſiniſtra puo depo
nere il peſo. Le ragioni delle ſopraſcritte machine non ſolo alle dette coſe, ma à caricare, e ſcaricar le naui ſono appa-
recchiate; ſtando altre di quelle dritte, altre piane poſte ne Parettoli che ſi uoltano, & ancho ſenza drizzar le traui
nel piano con la la iſteſſa ragione temprate le funi, & le taglie ſi tirano le naui in terra.

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Bella, & ſottile ragione & inuentione di Machina ci propone Vitr. & ce inſegna il modo di farla, l’ordimento delle funi, l’accommodarla per ti
rar i peſi, il uocabolo, & l’uſo d’eſſa. # Dapoi ci fa auuertiti, come à molti modi, & per molti effetti ci potemo ſeruire delle ragioni delle
machine ſopradette. Preſuppone egli che drizzamo la machina, come s’è detto, & dice, che l’uſo è per far presto, & che è artificioſa, & opera
di perſone pratiche. Drizzaſi un traue da capo del quale ſi legano quattro ſuni, che egli chiama retinacoli, noi ſartie, queste ſi laſciano andar
in terra, & ſi riccommandano à pali, come di ſopra, l’ufficio di queste funie tenir dritta la machina, che non pieghi piu in una parte, che in
un’ altra, ſotto queſte ſuni ò ſartie, ò rittegni, che ſieno la doue di ſopra legate ſono ſi conficcano ne li lati del traue due manichi, tra quali è
poſta una taglia, et à quelli ben legata, ma ſotto la taglia, come per letto, è una piana di longhezza di due piedi, larga ſei dita groſſa quattro,
l’effetto di queſta, è tenir dritta la taglia, & lontana dal traue, acciocche ſi poſſa far commodamente l’ordimento delle funi. Tre taglie ui uan-
no, due dellequali hanno nella larghezza loro tre ordini de raggi, come ti mostra la figura. l’ordimento delle funi è queſto, piglianſi tre mena-
li, & ſi legano btne alla ſommità della machina al traue, i capi di quelli ſi laſciano andar giu, & per la parte di dentro della taglia di ſotto ſi
fanno paſſare tutti tre ordinatamente ne i raggi di ſopra, cioè del primo ordine, paſſati che ſono tutti tre ſe ripportano alla taglia di ſopra, & ſi fan paſſare dalla parte di fuori nella parte di dentro per li raggi di ſotto, & coſi diſcendono per la parte di dentro, & s’inueſtono nel ſe-
condo ordine de i raggi, & paſſano alla parte di fuori questi di nouo ſe ripportano alla taglia di ſopra al ſecondo ordine de iraggi & trappaſſati che ſono calano giu, & dal terzo ordine de raggi, ſi ripportano al capo della machina, & inueſtiti, che ſono nell’ordine
de i raggi di ſopra tutti tre i detti menali, calano al pie della machina, doue è legata la terza taglia, che da Greci è detta Epagon dala
tini Artemon, da noi Pastecca, questa ha tre ſoli raggi al pari, ne iquali uanno i tre menali, ò codette, che ſi dicano, questi ſi danno à perſone,
che i tirano à tre per capo, doue con ſacilità ſi leuano i peſi, et la figura lo dimoſtra in una mano de raggi nudi ꝑche meglio ſe intèda et da prati
cãti ſerà bene inteſa. E queſta ſorte di machina dalla moltitudine de i raggi è detta poliſpaſton, l’effetto è tale, che ammollando destramẽte quelli
rittegni, ė ſartie, ſi puo far piegare in che parte ſi uuole, et deporre i peſi doue torna bene. Ma l’uſo di tutte le predette machine, quãdo ꝑ li loro
uerſi accommodate ſeranno, ſi eſtende in piu fattioni, imperoche et per caricare, & per ſcaricare le naui ſon buone, l’arbore della naue ci ſerue
& le funi ſue, & quando il peſo è alzato appari della coſta del nauilio, ſi fa andar il nauilio alla parte, & in banda, & coſi il peſo ſi ſcarica, ò
in terra, ò in altro nauilio minore, le medeſime machine steſe in terra, & ordinate uarano le naui, & le tirano in acqua, il tutto è posto in bene
accommodarle, & aßicurarle ne i manichi, & in quelli ſtrumenti che Vitr. chiama Carcheſi, che ſono, per quanto ſtimo io, certi ſtrumenti, do
ue entrano le stange, che uoltano i perni delle ruote, ò de i timpani ò de nafpi, altri dicono, che hanno la figura della lettera Δ, ma forſe ſono
ſimili à quelli, che noi chiamamo Parettoli ſopra iquali ſi uolta una bocca di ſuoco per tirar in ogniuerſo, come ſi uede nelle naui, & nelle gale-
re, & nella figura.

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131. CAP. VI. D’VNA INGENIOSA RAGIONE DI CTESI-
FONTE, PER CONDVRE I PESI.

NON è alieno dall’inſtituto noſtro eſponere una ingenioſa inuentione’ di Cteſifonte, percioche uolẽ
do coſtui condure dalle boteghe di tagliapietra in Efeſo al tempio di Diana i fuſti delle colonne, nõ
fidando ſi ne i carri per la grandezza de i peſi, & per le uie de i campi molli temendo, che le ruote
non fondaſſero troppo, in queſto modo tentò di fare. Egli poſe inſieme quattro pezzi di legno mol
to bene commesſi grosſi quattro dita, due trauerſi trappoſti tra due lunghi quãto erano i fuſti del-
le colonne, & nelle teſte de i fuſti impiombò molto bene i pironi di ferro, che Cnodaces detti ſonoà
guiſa di pernuzzi, & in que legni poſe gli annelli, ne i quali haueffero ad entrari detti pironi, & con baſtoni di elce le
gò le teſte, i pironi adunque rinchiuſi ne i cerchielli liberamente ſi poteano tanto riuoltare, che mentre i buoi ſotto-
poſti tirauano i fuſti delle colonne uolgendoſi ne i pironi, & ne i cerchielli ſenza fine ſi girauano. Hauendo poi à que
ſto modo condotto tutti i fuſti, & effendo neceſſario tirar ancho gli architraui, il figliuolo di Cteſiſonte Metagene
nominato trapportò quella ragione della condotta de i fuſti alla condotta de gli architraui: imperoche egli fece ruo
te grandi da dodici piedi, & con la iſteſſa ragione con pironi è cerchielli ſerrò nel mezzo di quelle ruote i capi de gli
architraui, & coſi eſſendo tirati que legni da buoi rinchiuſi ne i cerchielli, i pironi uolgeuano le ruote, & gli architra-
ui ſerrati come perni nelle ruote con la iſteſſa ragione, che condotti ſurono i fuſti delle colonne, peruennero al luogo
doue ſi fabricaua. l’eſſempio di tal coſa, è come quando nelle paleſtre ſi ſpianano con i cilindri i luoghi doue ſi cami-
na, ne però queſto haurebbe potuto ſare ſe il luogo non fuſſe ſtato uicino, perche da i tagliapietra al tempio non ui
ha piu d’otto miglia ne ui è alcuna diſceſa, ma il tutto è piano campeſtre.

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La interpretatione, & la pratica ſa maniſeſto quello che dice Vitr. et cilindro era una pietra di forma di colõna per iſpianare, et orſare, come dice-
mo noi i terrazzi, ma quanto biſogni prima penſarci ſopra, auanti che ſi dia principio à tali impreſe di condure le coſe grandi. Vitr. ci di-
moſtra in un bello eſſempio dicendo.

Ma à noſtri giorni eſſendo nel tẽpio doue era il coloſſo d’ Apollo per’ uecchiezza rotta la baſa, è temẽdoſi che la ſtatua
non ruinaſſe, & ſi rompeſſe, cõduſſero chi dalle iſteſſe petraie taglia ſſero la baſa. Paconio ſi preſe il carico. Era queſta
baſa lunga dodici piedi, larga otto, alta ſei, queſta Paconio gonſio di uanagloria nõ come Metagene tentò di cõdure,
ma con la iſteſſa ragione ad un’altro modo ordinò di ſare una machina: imperoche egli fece le ruote alte 15 piedi, nel-
lequali rinchiuſe i capi della pietra, dapoi à torno la pietra da ruota à ruota ui acconciò fuſi grosſi due dita in modo. che tra fuſo è fuſo non era la diſtanza d’un piede, oltra di queſto d’intorno, à i fuſi circondò una fune, & poſtoui ſot-
to i buoi tiraua la fune, & coſi ſciolgendoſi la ſune uoltaua le ruote; ma non poteua per dritto tirarle, ma la machina
uſciua hora in una parte, hora in un’altra, dalche egli era ſorzato di nuouo tirarla indietro, & coſi Paconio tirando,
è ritirando conſumò il dinaio, ſi che egli non hebbe poi da pagare.

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