Full text: Zanotti, Francesco Maria: Della forza de'corpi che chiamano viva libri tre

done fparſa l’ orazione, maſſimamente ſe ſi faccia
per modo, che non moſtriſi troppo ſtudio, le acqui-
ſtano quell’ odore di urbanità, che tanto piacque a
Cicerone. Ora quelli, che non vogliono ſcrivere
fiorentino, dicendo, che baſta loro di ſcrivere ita-
liano, io voglio, che ſappiano in primo luogo, che,
così ſcrivendo, non poßon già uſare qualunque vo-
ce o forma lor piaccia, ma debbono, ſe voglion
pur ſcrivere leggiadramente, raccoglier le più bel-
le, e le più proprie di tutte le lingue dell’ Ita-
lia; con che ſi addoſſano non guari minor pe-
ſo, che ſe voleſſero ſcrivere fiorentino. Ma al-
cuni diranno, queſta fatica eſſer ſoverchia; percioc-
chè i rettori inſegnano, potere introdurſi vocaboli
foreſtieri e nuovi; e doverſi arriccbir la lingua; per la qual coſa non hanno poi eſſi difficoltà veru-
na di dir tutto quello, che banno udito in qual-
ſivoglia luogo o compagnia ſenza giudizio, e ſen-
za ſcelta niuna. Nel che ſi inganna [?] no grandemen-
te. Perciocchè l’ introdurre nuove voci non è, ne
può eſſer opera d’ un uomo ſolo, ne manco d’ al-
cuni pochi; ricercandoviſi la conſuetudine, che ſi for-
ma da molti e in lungo tempo; concioſiacoſache
un’ vocabolo allora ſolo può dirſi introdotto in una
lingua, quando le orecchie delle perſone, che guſta-
no quella tal lingua, hanno cominciato a ricever-
lo volentieri, e con piacere; il che non può farſi
ſe non per un lungo uſo. E ſe così non foſſe, po-
trebbe ognuno, uſando qualſiſia vocabolo una vol-
ta ſola, pretendere, che egli foſſe divenuto della lingua; e addur per ragione, che la lingua non
dee rifiutare le voci nuove, anzi dee arricchir ſe-
ne; ma con tutto queſto però il vocabolo ſi rimar-
rà foreſtiero e barbar [?] o, fino a tanto che la con-
ſuetudine lo approvi. Ne io avrò mai per voci
italiane ne immiarſi , ne incinquare , come che le
abbia dette una volta il divino Dante; non po-
tendomi capir nell’ animo, che debbano averſi per
voci italiane quelle, che gl’ Italiani generalmen-
te abborriſcono. ‘Può dunque un uomo ſolo propor
talvolta alcuna voce nuova o foreſtiera, e commet-
terla alla ventura, come fece Dante molte volte,
e più felicemente di lui il Petrarca; ma ſe le orec-
chie la rifiutano, non potrà mai fare che ella ſia
della lingua, ne poſſa dirviſi introdotta. Laonde
quelli, che banno pur voglia di introdur nuove
voci, e ſtimano gran lode l’ inventarne alcuna; come non ſon ſicuri dell’ eſito, così dovrebbono far-
lo rade volte, e non ſenza molta diſcrezione e giu-
dicio; anzi dovrebbono eſaminar prima, ſe le vo-
ci, che vogliono introdurre, ſieno tali, che poſſa. no piacere a quelle perſone, che hanno già avvez-
zate le orecchie alla lingua, e guſtatone alquanto
la bellezza, maſſimamente leggendo i libri buoni. Perchè di vero la lingua italiana componendoſi del-
le vocí [?] e delle forme miglior [?] i di tutte le provin-
cie, può dirſi, che non ſi parla in niuna provin-
cia; laonde biſogna più toſto apprenderla dai libri: il che non sò, ſe non poßa dirſi anche della fiorenti-
na. Che ſe la vagbezza di introdur voci nuove e foreſtiere, ( che è oramai tanto ſparſa per l’ Ita-
lia, che pare una certa peſtilenza ) foſſe congiun-
ta a quella avvertenza, e a quel giudicio, che
abbiamo detto, conſerverebbeſi il bel parlare italia-
no; ne ſi udirebbe cosi frequentemente, come s’ ode
in più luoghi d’ Italia, ne pareſſoſo per pigro ,
ne difeſo per vietato , ne giorno per lume , ne
ſi avrebbe tutto ’l di in bocca: mi dò l’ onore,
e avanzo la notizia; perciocchè queſte ed altre
forme venute d’ oltremonte non ancora han potu-
to piacere a quelli, che banno guſto di lingua italia-
na; e dovrebbono perciò o uſarſi con gran cautela,
o sfuggirſi del tutto. Ne vale il dire, che il popolo
le ſoffre, e le amano i nobili e i gran Signori; per-
ciocchè il popolo è contento di intender la coſa, che
ſi dice, comunque ſi dica; ne cerca, ne sà, che coſa
ſia leggiadria ne grazia di bel parlare; laonde è
coſa vana cercar di piacergli in ciò. I nobili, la
più parte, e maſſimamente i gran Signori, poco dal
popolo ſi allontanano; e quelli di loro, che banno
guſto di ſcrivere ( ſe n’ è alcuno, che l’ abbia ) a-
borriſcono eſſi pure coteſto uſo così frequente delle
forme foreſtiere, e l’ hanno per grandiſſima affetta-
zione; quelli poi, che le uſano, e le amano tanto,
le uſano non per farle divenir italiane, ma per pa-
rere foreſtieri eſſi; che, non sò come, banno preſo in
aborrimento la lor nazione, e niente più ſtudiano
che di non parere italiani; non ſapendo forſe, che
la nazione Italiana è così ſplendida e nobile, come
qualunque altra. Io concederò dunque che parlando o ſcrivendo a queſti Signori in particolare, e volen-
do per qualche oneſto fine piacer loro unicamente, ſi
debbano uſar quelle forme, che più loro piacciono; perchè in tal caſo dovrehbe ſcriverſi anche in piemon-
teſe, o in romagnuolo, ſe così voleſſero. E lo ſteſſo
vorrebbe farſi anche ſcrivendo al popolo. Ma non per
ciò dovrà dirſi, che quello ſia uno ſcriver bello ita-
liano, non potendo eßere bello ſcrivere italiano ſe
non quello, che piace agli amatori dell’ italiana lin-
gua. Ma già m’ avveggo d’ eſſermi eſteſo ſopra ciò
troppo più lungamente, che non conveniva. Però tor-
nando al propoſito, quantunque per mio avviſo debba
eſſer lecito a ciaſcuno di ſcrivere in quella lingua, che
più gli piace, o italiana, o fiorentina; ſe però ſono
alcuni, che tanto amino la lingua fiorentina, che non
poſſano amar altro; io gli eſorto di non leggere il
preſente libretto; perciocchè l’ autore, come un gior-
no mi diſſe egli ſteſſo, ha ſtudiato tanto poco di
farlo in buona lingua, che non che in fiorentino,
teme di non averlo fatto ne pure in italiano; ma
ſcrivendo il libro tra molte angustie d’ animo, e
ſolamente per ſollevar ſe medeſimo, non ha creduto
di dover mettere molto ſtudio per ſatisfare agli altri. Ben’ è vero, ſoggiugneva egli, che ſe il libro
venir doveſſe nelle mani delle perſone, biſogne-
rebbe avviſarle prima di queſto ſteſſo; e far lo-
ro intendere, che io ſo bene ( diceva egli ) di
non aver’ adempiute le parti di buon ſcrittore,
ne di aver dato al dialogo quegli ornamenti,
e quelle grazie, che ſi richiedevano; acciocchè ſe alcuno mi accuſaſſe, che io abbia ſcritto
rozzamente, non debba anche accuſarmi, che
io non l’ abbia conoſciuto. E per non dimi-
nuire la gloria de’ valenti uomini, ſarebbe
anche neceſſario far ſapere a tutti quelli, che
foſſer per leggere l’ operetta (ſe alcuno però
di tanto la ſtimaſſe degna) che il dialogo è
finto del tutto, e ſecondo che è coſtume dei
dialoghi fa dire alle perſone quello, che non
hanno mai detto. Perchè di vero ſe quei ſin-
golariſſimi et eccellenti uomini, che io ho in-
trodotto a ragionare, aveſſero parlato di quell’
argomento ſecondo l’ opinione e il ſentimento
loro, e con quella facondia, che è loro pro-
pria, avrebbono detto coſe molto migliori, e
molto meglio. Così mi diſſe l’ autor medeſimo, a
cui credo di aver ſoddisfatto baſtantemente, rife-
rendo le ſue ſteſſe parole. Deſidero, dando il libro
alle ſtampe, di ſoddisfare anche ai lettori; e ſe ſa-
ranno tali, quali in queſto mio ragionamento ho
moſtrato di voler, che ſieno, non ſo perchè non deb-
’ba ſperarlo; maſſimamente ſe vorran legger con at [?] -
tenzione, e non paßare avanti prima di aver be-
ne inteſe tutte le coſe antecedenti; il che ſe è ne-
ceßario in ogni libro, io credo, che in queſto ſia
neceßariiſſimo.

Le Figure ſi citeranno nel margine, et ognuna ſervirà per
tutto quel tratto, che ſegue fino ad una [?] nuova cita-
zione.

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