Full text: Zanotti, Francesco Maria: Della forza de'corpi che chiamano viva libri tre

la di là da quei termini, ai quali per opera di
molti valentiſſimi uomini era giunta; molto me-
no poi ha voluto diffinirla, cosi che non debba re-
ſtarne alcun dubio; perciocchè egli non ſi tien da
tanto, e ſi ha propoſto nell’ animo di trattare la
controverſia, non di levarla. Solamente ha proc-
curato ſpiegarla, quanto potevaſi, col diſcorſo me-
tafiſico, ſenza aſſumere dalle ſcienze matematiche,
ſe non le propoſizioni più note e più comuni, e
ciò a fine, che quelli, i quali ſon privi della geo-
metria, e della meccanica più ſottile, non credan
per ciò di dover’ eſſer anche privi d’ una quiſtion
così illuſtre, e ſi diſperino di poterne intendere
veruna parte; il che ſarebbe danno della quiſtio-
ne medeſima. E queſta è la ragione, perchè io ho
creduto far bene, ſtampando la preſente opera; parendomi, che doveſſe eſſer utile a molti; e che
quantunque l’ argomento non foſſe nuovo, foſſe
però nuova la maniera di trattarlo. Quelli adun-
que, i quali hanno toccato alcun poco i principj
della geometria e della meccanica, e ſanno qual-
cuna delle propoſizioni più famoſe, potranno entra-
re a leggere queſto libro con grande animo, ſicu-
ri di doverlo intendere pienamente. Gli altri, che
niente ſanno di matematica, quantunque poſſano
leggerne, et intenderne moltiſſime parti, tuttavia
debbono eſſere avviſati, che perduta opera ſarebbe,
che tutto il leggeſſero. Ne è però, che quelli, i
quali ſono negli ſtudj della geometria, e della
meccanica verſatiſſimi, non abbiano ancb’ eſſi biſo- gno di qualche avviſo. Perciocchè molti di loro ſi
ſdegnano di fermarſi nelle coſe, che eſſi ſtimano fa-
cili, e vorrebbono entrar ſubito nelle più alte, e
più recondite; i quali però ſe hanno bene inteſo il
titolo, che abbiamo dato al libro, do vrebbono anche
avere inteſo, che egli è fatto per li meno fretto-
loſi, e non per loro. I più poi ſono cosi impazien-
ti, che vorrebbono in ogni coſa udir ſubito la pro-
poſizione, che vuol dimoſtrarſi, e venir toſto alla
dimoſtrazione, ne ſoffrono verun’ indugio; con che
ſi allontanano dal ſermon comune e familiare, che
ſi uſa tutto di nelle civili compagnie, dove non è
alcuno mai, che argomenti con tanta fretta. E tan-
to più banno in odio ogni dimora, e ſi noiano del-
le interrogazioni, e delle ampliazioni, e dei proe-
mj; ſe venga loro ſoſpetto, che ſieno fatti con qual-
che ſtudio, e v’ abbia alcuna parte l’ eloquenza. E queſti ancora poſſono rimaner ſi di leggere la pre-
ſente operetta, a cui l’ autore, ſcrivendola, non
per darla alle ſtampe, ma per ingannare il tempo
et alleviar le ſue noje, ha voluto dar forma di
dialogo; la qual forma l’ ha aſtretto a ſeguire
una maniera alquanto ampia di dire, che i più
dei matematici non ſoffrono; ma egli ha creduto
di dover più toſto provedere a ſe ſteſſo, che a lo-
ro. Ne io mi ſarei avviſato di farla imprimere,
ſe non aveſſi creduto, che foſſero ancor molti aſſai
più pazienti, ai quali gli ornamenti del dialogo
non diſpiacerebbono. E certo io non ſo, per qual
ragione debbano diſpiacere a veruno; perchè ſe i matematici ſteſſi, eziandio i più auſteri, e di-
ciam pure, i più ſalvatichi, e rozzi, conſidere-
ranno bene quello, ch’ e’ fanno nelle loro ſcuole,
troveranno, che ridicono eſſi ancora le medeſime
coſe più volte, e interrogano, e ſi laſciano inter-
rogare; e per renderſi attenti gli uditori commen-
dano le coſe, che vogliono inſegnare; e perchè ſie-
no più dilettevoli, le ſpargon talvolta di leggia-
dri motti; il che ſe fanno con giudicio, e con pru-
denza, ſono eloquenti ſenza avvederſene. E ſe cosi
fatti artificj uſano eſſi inſegnando nelle loro ſcuo-
le, perchè non debbon ſoffrire, che ſi uſino ſcriven-
do? Oltreche a ſpiegar le quiftioni alquanto ſot-
tili, e difficili, chi è che non abbia ſtimata ſempre
comodiſſima la forma del dialogo? la qual però ſa-
rebbe inutile, ſe doveßer levarſene tutti quegli
artificj, che ritardando la diſputa, la rendon tut-
tavia molto più chiara, e più gioconda. Dee dun-
que eßer lecito in un dialogo trattener le quiſtioni
acciocchè non vadano cosi ſubito alle loro ul-
time conſeguenze, ma aſpettino fino a tanto, che
ſi ſieno abbellite, et ornate. Al che certamente mol-
ta, e lunga opera ſi richiede. Perchè io ſentj già
dire a un ſavio uomo, e nelle lettere grandemente
verſato, che il dialogo dee avere in ſe tutte le
bellezze della commedia, con queſta differenza ſo-
la, che dove nella commedia ſi intrecciano varie
avventure, nel dialogo ſi intrecciano diſpute e ra-
gionamenti; ne dee però l’ intrecciamento di queſti
nel dialogo eſſere men veriſimile, ne meno meravi- glioſo che l’ intrecciamento di quelle nella comme-
dia. Dee dunque nel dialogo parere, che quei ra-
gionamenti, che vi ſi raccontano, ſieno veramente
ſtati fatti, et in quel modo; onde biſogna, che pa-
jano di tanto in tanto naſcere a caſo, perchè cosi
per lo più ſoglion naſcere nelle comuni compagnie; e che ſieno accomodati alla condizione, et al gene-
re delle perſone, che ragionano; cosi che vi ſi veg-
ga anche il coſtume; ne debbono sfuggirſi le di-
greſſioni vaghe e dilettevoli, cercando in ogni par-
te la varietà e la copia. E ſopra tutto vuol’ eſ-
ſere il dialogo maraviglioſo, cosi che anche in que-
ſto niente ceda alla commedia; il che s’ ottiene per
le dimande, e molto più per le riſpoſte inaſpettate; e faccendo uſcir talvolta il diſcorſo, donde men ſi
credea, che uſcir doveſſe, e ricominciar la quiſtio-
ne, dove parea finita; e torcendo anche ſpeſſo gli
argomenti per modo, che n’ eſcano le conſeguenze
improvviſe, e contrarie a quelle, che ſi aſpettava-
no. A tutto ciò ſi aggiunge, che ricercaſi al dia-
logo un dir domeſtico e familiare quaſi come al-
la commedia, con una perpetua giocondità, ſparſa
di varie facezie, e quelle non già frivole e pue-
rili, ma quai ſi convengono ad uomo d’ alto inge-
gno, e di grande animo; e molto meno vili e ple-
bee; che, tali eſſendo, anche alle commedie ben fatte
ſi disdicono. Nella qual’ arte, come in ogni coſa,
furono veramente eccellentiſſimi Cicerone tra i la-
tini, e tra i noſtri il Caſtiglione. Ora non potreb-
bono certamente ſeguirſi tutti queſti artificj, ne darſi al dialogo tanta vagbezza, e varietà, qual-
ora ſi eſponeßer le coſe con quella fretta, che ſuol
piacere ai matematici: della quale quelli, che ſo-
no vaghi, e la vogliono per tutto, non dovranno
per mio avviſo leggere il preſente libro. Sebbene
ſaranno anche di quegli, i quali, quantunque ami-
no il dialogo, e ne prendan piacere, non vorranno
però concedergli una certa libertà, che gli è ſtata
ſempre conceduta, di ſcherzar talvolta, e metterſi
in dimeſtichezza: ed altri, ſe egli è ſcritto in ita-
liano, vorranno riprenderlo, ove non oßervi le re-
gole della lingua fiorentina. E cosi gli uni come
gli altri mi pajon degni di avviſo. Però comin-
ciando dai primi: non ſi accorgono eſſi, che le van-
do al dialogo ogni ſcherzo, gli levano eziandio ogni
giocondità? levata la quale, che accade più ſcriver
dialoghi o leggerne? E certo che il dialogo altro
non è, che una imitazione, e per così dire un’ im-
magine delle oneſte e civili compagnie, alle quali
pare, che molto manchi, mancando la dimeſtichez-
za, e la libertà. Ma eſſi pur vorrebbono, che, par-
landoſi delle loro ſcienze, ſi parlaſſe ſempre ſtan-
do in piedi, e con la berretta in mano, e maſſi-
mamente faccendoſi menzione di quei grandi uo-
mini, che eſſi adorano, ſi piegaſſe il capo per ri-
verenza ogni volta, che ſi nominano, come foſſero
tanti Numi; il che ſtancherebbe le perſone, che
ſi introducon nel dialogo, le quali per lo più vo-
gliono ſtarvi con comodo, e ſcherzar tra loro con
libertà, e ſollazzarſi. Et è ben coſa da ridere, che quando quelli, che parlano, moſtrano di ave-
re gli uomini, di cui parlano, per dabbene e coſ-
tumati, et oltre a ciò per valoroſi nelle arti lo-
ro, non poſſan poi uſare una burla, ne ſcherzan-
do dire: coteſta opinione è troppo altiera: tu se’
malizioſo: et altre tali coſe, che, dette manife-
ſtamente per iſcherzo, contengono più toſto laude
che biaſimo; e certamente non moſtrano cattivo
animo, ne inimichevole in chi le dice. Ne certo
volle il Bembo, che doveßero inimicarſi tra loro
Giſmondo e Perottino, benchè l’ uno accuſaſſe l’
altro di menzogna, anzi inteſe, che foſſer tra
loro amiciſſimi; e la Signora Emilia Pia non eb-
be a male, che il Conte Lodovico da Canoſſa le
riſpondeße, che non potea mancare chi contraddi-
ceſſe al vero, ovunque ella foße; e di queſti e-
ſempi il Caſtiglione è pieno. Ma oggidì ſono mol-
ti, maſſime in queſta noſtra Città, tanto vezzoſi,
che ragionando delle lor profeſſioni non vogliono,
che ſi rida, e ſe il fai, ſe ne turbano: i qua-
li però ſappiano, che io gli ho riguardati tanto,
che per riſpetto di loro io avea già quaſi depoſto
il penſiero di dare queſt’ operetta alle ſtam-
pe; e l’ autore ſteßo parea, che me ne diſtoglieſ-
ſe. Il quale, avendogli io ſignificato per lettere
di volerla fare imprimere, così mi riſpoſe: vede-
te bene, che alcuni non ſe ne offendano; per-
chè ſebbene in queſto libro ſi moſtra per tutto
grandiſſima ſtima degli altri, i più dei letterati
non ſe ne contentano, e vogliono bandire ogni famigliarità et ogni ſcherzo; e queſta credono
eſſere la maniera, che debba tenerſi ſempre da
chiunque ſcrive; faccendo come i noſtri Lom-
bardi, i quali, eſſendo ſtati alle corti, ſi cre-
dono, che in tutti i tempi, e a tutte le occa-
ſioni debba parlarſi con quella ſteſſa ſerietà, e
circoſpezione, con cui hanno veduto, che ſi par-
la co i gran Signori; e dovunque ſieno, ſem-
pre ſono nell’ anticamera di qualche Re; e non
intendono, che quello, che è forſe laude in un
luogo, è molte volte affettazione in un’ altro. Et aggiugneva poi in altro luogo della ſteßa ſua
lettera: io non credo però, che dovrà alcuno
accuſarmi di mal’ animo, conſiderando, che
io ho introdotto me ſteſſo nel mio dialogo, ne
ho dubitato di far, che altri uſino verſo me del-
la medeſima libertà, di cui tutto il dialogo uſa
verſo gli altri; e ſcherzando mi chiamino talvolta
ſofiſtico, e malizioſo, e mi rimproverino, ch’
io dica il contrario di quel, che penſo; i quali
ſcherzi ſe io gli aveſſi per ingiurie, non avrei
voluto, che altri me gli diceſſe. Così mi ſcriſſe l’
autore. E a dir vero l’ ultima ragione per lui ad-
dotta, parendomi aſſai valevole a dimoſtrare l’
animo ſuo amichevole verſo tutti, fece sì, che io
non deponeſſi il penſiero di imprimere l’ ope-
retta. Il che, ajutantemi Iddio, farò ora, non. ſenza però ſupplicar prima i dilicati, e tutti quel. li, che non vogliono concedere al dialogo niuna di-
meſtichezza ne famigliarità, di non leggerla. Ma già di queſti s’ è detto abbaſtanza. Gli amatori
poi della lingua fiorentina, percioccbè biſogna ſvel-
ler dal loro animo alcune opinioni dall’ uſo, e dall’
età confermate, meritano più lungo avviſo. Io dico
dunque, che ſe lor piace lo ſcrivere, e il parlar
fiorentino, non ſolamente io non gli riprendo, ma
grandemente gli laudo; pruchè non vogliano aſtrin-
ger tutti alla medeſima uſanza, e ſoffrano, che ſi
ſcriva anche talvolta in altra lingua. Perchè ſeb-
bene fra tutte le lingue, che s’ uſano in Italia,
non può negarſi, che la più leggiadra, e la più
colta, e la più nobile non ſia la Fiorentina; ha
però un’ altra lingua, che può chiamarſi Italiana,
e ſi forma e raccoglie da tutte quelle, che parlan. ſi nelle provincie dell’ Italia, la qual ſebbene
non arriva, ſecondo ch’ io giudico, alla leggiadria
et alla grazia dei Toſcani, è però bella aßai, e
propria, e chiara, e riſplendente, così che uno, che
prenda a ſcrivere in eßa, mettendovi il debito ſtu-
dio, non dee diſperarſi di poter ſcrivere eccellen-
temente. Anzi avviene non poche volte, che uno
ſcriva aßai meglio in queſta lingua men bella,
che non farebbe, ſe voleſſe ſcrivere nella fioren-
tina belliſſima; in tanto che io conſiglierei molti,
maſſimamente di quelli, che non ſon nati in To-
ſcana, a voler piuttoſto parer buoni italiani ſcri-
vendo in italiano, che parer cattivi fiorentini vo-
lendo ſcrivere in fiorentino. Ne di ciò debbono
ſdegnarſi i Fiorentini ſteſſi; i quali amando tan-
to, e con ragione, quella lor lingua, dovrebbono aver caro, che gli altri, per volere imitarla, non
glie la guaſtaßero. E certamente quelli, che la
guaſtano, e volendo ſcrivere nella fiorentina lin-
gua, non ne hanno ne il ſapore ne la grazia, tan-
to più mi pajon da riprendere, che avendo eſſi per
le mani un’ altra lingua, in cui potrebbono forſe,
ſe vi applicaſſer l’ animo, ſcrivere leggiadramente,
la traſcurano, ancorchè non manchino loro grandiſ-
ſimi e nobiliſſimi eſempi. Che di vero l’ Arioſto
ſcrivendo, come e’ ſcriſſe, non moſtrò gran fatto
di voler ſottoporſi alle regole del parlar fiorenti-
no; il Caſtiglione nel ſuo belliſſimo Cortegiano cer-
to non volle. E qneſti pur furono nello ſcrivere
eccellentiſſimi. E potrei addurne molt’ altri, i
quali ſcrivendo in italiano, banno ſcritto tanto
bene, che i Fiorentini ſe gli banno poi preſi, et
annoverati fra i ſuoi autori, credendo, che tutto
quello, che è ben ſcritto, ſia degno di eßere fio-
rentino. Con che banno aſſai dimoſtrato, quanto
apprezzino le altre lingue dell’ italia, et ban fat-
to animo a chiunque voglia dell’ altre lingue ſer-
virſi; potendo oggimai ſperare ognuno, che in eſ-
ſe ſcriva, purchè abbia vagbezza e grazia, di di-
ventar fiorentino una volta. Nè mi ſi dica, che
permettendo io a gl’ Italiani di ſcrivere in lin-
gua italiana ſenza ſoggettarſi alle regole del par-
lar fiorentino, io voglia conceder loro una sfrena-
tiſſima libertà di uſar tutte le parole, e tutti i
modi, che lor vengono a mente, ſenza diſtinzio-
ne, e ſenza regola niuna. Perciocchè in qualun- que lingua l’ uom ſcriva, ſe vuol ſcriver bene, e
con lode, biſogna che oßervi le regole di quella
lingua, in cui ſcrive; et oltre a ciò raccolga le
parole e le forme più vaghe, e più proprie di eſ-
ſa, così che induca nell’ orazione un certo, per
così dir, ſapore, che ne diſtingua il linguaggio,
et una certa urbanità, la quale Cicerone ſtimò
neceßariiſſima in ogni diſcorſo, quantunque con-
feſſaße di non ſaper diffinirla. E certo i grandiſ-
ſimi ſcrittori l’ banno ſempre con ogni ſtudio proc-
curata, faccendo ſcelta di quelle forme, che ſti-
maron più proprie, e per così dir native di quel. la lingua, in cui ſcrivevano. E noi veggiamo,
che l’ Arioſto volle più toſto dire:

Che furo al tempo che paſſaro i Mori
che dire:

Che fur nel tempo, in cvi paſſaro i Mori
et amò meglin di dire: ſopra Re Carlo, che: ſopra il Re Carlo. E il Caſtiglione nel principio
della ſua lettera al Veſcovo di Viſeo diße: paſsò,
di queſta vita, e non: paſsò da queſta vita, o: morì, perchè quand’ anche non foſſe errore il di-
re a queſt’ ultimo modo, pure non può negarſi,
che quella prima maniera non abbia molto più gra-
zia. E certo altra vagbezza ha il dire: vedi a
cui io do mangiare il mio, come diſſe il Boccac-
cio, che non avrebbe il dire: vedi a qual perſo-
na io do da mangiare la roba mia. Le quali mi-
nuzie ſon veramente minuzie, et ognuna da ſe
è di pochiſſimo momento; ma tutte inſieme, eſſen-

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