Full text: Angeloni, Francesco: L' HISTORIA AVGVSTA DA GIVLIO CESARE A COSTANTINO IL MAGNO. Illustrata con la verità dell'Antiche Medaglie DA FRANCESCO ANGELONI

12.


La vastità d'innumerabil campi
Occupi tù co'tuoi gran giri immensi;
Poi ti dilati, e sì di gloria auampi,
Che di farti sol grande altro non pensi;
Cotanto è il Cielo al tuo desir secondo,
Che quasi sembri epilogato vn Mondo.

Da i Mari innauigabili, ed ignoti
L'intiere Balze in sù i volanti Abeti,
E i metalli più occulti, e più remoti,
Vengono ad innalzar tetti, e pareti;
E per far più superbi i tuoi disegni,
Manda l'Arabia tributaria i legni.

Indi con tante Moli al Ciel sublime
Vai sù le nubi accumulando i monti;
De'superbi Obelischi alzi le cime,
E con Archi immortali incurui i Ponti;
E quà logge marmoree, e là si scerne
Portico altier d'alte colonne eterne.

Crescon Cerchi, e Theatri, e sì vicine
Van le tue Therme al Ciel, che in lor souente
Straccian le Stelle il luminoso crine,
E v'vrta spesso il Sol col Carro ardente:
Guidi i Fiumi per l'aria, in luoghi cupí,
Fai volte à lor di architettate Rupi.

Quindi mounon poi dal Plaustro algente
Crude Falangi ad assalirti i passi,
E ti miro di foco in Cielo ardente,
E vedo gl'empi incrudelir ne'sassi:
Contemplo à l'hor con tua fatal ruina
Vinta cader la Maestà Latina.

Struggon le Reggie tue le siamme hostili,
Cadono gl'Archi inceneriti, ed arsi;
Fansi le Torri, e gl'alti Templi humili,
E vedo al foco i Bronzi tuoi disfarsi:
E tù pria tanto altera, e sì superba
Sepolta cadi insra l'arena, e l'herba.

Corrono liete à pascolar le Greggie
In sù gl'Archi abbattuti, e in sù i Teatri:
Sento spesso le Moli, e le gran Reggie
Strider percosse da gl'adunchi Aratri;
Miro i rozi Bifolchi (ohime) più volte
Da le glebe spiccar l'ossa sepolte.

Così l'herba ricopre, e calca il piede
Tant'Illustri stupori, alte fatiche;
Frà i Colossi, e ne'Cerchi in te si vede
Nascer le spine, e pullular l'ortiche:
Su'l Campidoglio altier spunta la messe,
E vil Capanna il Pastorel v'intesse.

Ma tù l'alta ceruice à terra doma,
Lacera il manto, e'l nudo sen ferita,
Il piede auuinto, e la recisa chioma
Mostri piangendo, e al Ciel domandi aita;
E'l Ciel di nouo al dominar t'appella,
E da le stragi tue sorgi più bella.

Passa tua Gloria a l'hor dal gran Tarpeo,
Con sacra pompa al Vatican beato,
E v'alzi più d'vnArco, e d'vn Trofeo
De l'Inferno già vinto, e debellato;
Quì dai al Mondo Oracoli, e Diuieti,
E'l Ciel fin'obedisce a'tuoi Decreti.

Con la tua mano apri di gratie i Riui,
Saetti i Draghi, e fulmini i Fetonti,
Giungi à l'Abisso, e fin nel Cielo arriui,
Ed à vn cenno di te gl'Angeli hai pronti:
Quì tù inalzi la Croce, e'l Brando afferri,
E rinchiudi l'Inferno, e'l Ciel disserri.

Vengon di là da i Termini d'Alcide
Deuoti i Rè sol per baciarti i piedi;
E tanto il Mondo à tua grandezza arride,
Ch'al tuo soglio prostrato ogn'vn ti vedi:
Ti fai poi sempre in Maestà più altera,
E auanzi in fin la tua beltà primiera,

Torni di nouo ad inalzar le Moli,
Di Materia superbe e d'Ornamenti;
E dando quasi à i Parij Marmi i voli,
Gl'alzi così, che ne confondi i venti;
E tanti illustri sassi al Cielo estolli,
Ch'aggiungi à sette tuoi cento altri colli.

Quindi poggia fastoso il Quirinale;
Cozzan quasi col Ciel Colonne altere;
Tanto il Tempio di Piero in alto sale,
Che sembra sostener l'eterne sfere;
E s'ergon le Piramidi scolpite,
Che già mandò la perfida Menfite.

De'Farnesi immortali i Tetti aurati
Fan vergognar di Babilonia i Muri;
E su'l Campo di Flora i Marmi alzati
Rendono i Mausolei di Caria oscuri:
Lascio la Reggia al fin'c'han fatto poi
Con sì bell'arte i Barberini Eroi.

Tal che, Roma, io ti miro (ò me felice)
Fatta hor più vaga,e in Maestà più grande:
Quasi vscita dal Rogo alma Fenice,
Che più lieta, e più bella i vanni spande:
E per meglio auanzar gl'honor vetusti,
Mancauan sol gl' IMPERADORI AVGVSTI .




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